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Questa mattina ho letto un breve articolo di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera.
Si parla del disagio dei figli nell’attuale stato di lockdown in cui si trova l’Italia e gran parte del mondo.
Convivo da solo con mia figlia quattordicenne da 40 giorni e ho potuto osservarla da vicino.
Ovviamente alcuni stati d’animo sono molto più leggibili di altri e non sempre le sue emozioni negative sono in grado di vederle, talvolta ignote anche a lei stessa.
Lavoro costantemente affinché non si smarrisca in uno stato di apatia, abbastanza naturale in questa situazione di quotidianità casalinga.
Ho avuto la possibilità di vederla durante la Smart School, di comprendere le dinamiche della classe, di sentire il “secchione” rispondere sempre e qualcuno non partecipare proprio alle lezioni.
Ho avuto modo di conoscere realmente i professori, di capirne limiti e potenzialità, di vederne la ovvia umanità, tutto amplificato dai grandi limiti dello strumento tecnologico.
Al pari ho visto mia figlia e i compagni di classe attraverso i suoi racconti o i dialoghi sui messaggi.
Durante le lezioni ci sono ragazze che mettono lo smalto, c’è chi chiacchiera con gli amici, chi gioca ai videogame, chi segue la lezione dal letto, chi passa i compiti su Whatsapp e l’elenco potrebbe continuare.
Ho combattuto affinché alcune di queste cose non accadessero, ma in parte mi sono arreso, perché ho ritenuto giusto continuasse ad andare a scuola da sola come ha sempre fatto.
In breve l’ho vista a suo agio in un habitat che in fondo non è cambiato molto rispetto a prima della pandemia, fatto di una socialità completamente diversa dalla mia quando ero suo coetaneo(1983).
Questi ragazzi sono in relazione per mezzo di strumenti e app, eppure spesso non dialogano direttamente nemmeno con essi.
Pubblicano degli “Stati” su Whatsapp e su Instagram, si seguono tra loro, come se si guardassero da lontano senza camminare insieme.
Questi ragazzi difficilmente si telefonano, di solito si scrivono, messaggi sincopati in cui la grammatica non conta e regnano le emoticon.
Le rare volte in cui si parlano lo fanno in forma asincrona attraverso messaggi vocali.
In breve nei loro rapporti non c’è contemporaneità, non è un dialogo simultaneo ma consecutivo.
Per tutti questi motivi ho la sensazione che siano i più immuni, non solo al virus come dicono gli scienziati, ma anche all’isolamento, perché un po’, e per loro scelta, in isolamento ci vivevano già prima.
Con ciò non voglio ovviamente negare che sentano la mancanza dell’aggregazione scolastica al mattino, ma tenuto conto del costo che quest’ultima richiede loro, penso che tanti siano contenti così. Qualche giorno fa ho anche letto che molti di loro, interpellati su quale fosse la loro paura in questo periodo, hanno candidamente risposto “dover tornare a scuola”.
Quindi per tornare allo spunto iniziale di Gramellini, credo che la scuola debba ricominciare appena possibile, ma non per arginare un disagio giovanile, quanto per aiutarli a crescere e regalare loro quello che è forse l’unico vero momento di socialità reale.