Il voto referendario nel Regno Unito e i tanti commenti letti nella giornata di ieri mi inducono una riflessione che da tempo faccio ogni qualvolta assisto ai risultati di un voto.
Non entro nel merito dei valori politici ed economici della scelta compiuta in UK (chissà che questa sigla non si debba cambiare a breve) perché non ho competenze nelle materie, come credo la maggior parte della popolazione a cui invece è stato chiesto di decidere.
Voglio piuttosto soffermarmi su chi vivrà il futuro deciso da questa consultazione, per quanto lo farà e se sarà stato responsabile dell’accaduto o vivrà le scelte altrui.
Ieri ho letto molti commenti di amici e non solo sui social network, tanti di questi ritenevano giusto che decidesse il popolo, ma siamo certi sia così? e soprattutto chi compone il popolo?
La nostra costituzione con un po’ di lungimiranza all’art.75 recita così:
“Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.”
Il popolo è composto da persone che hanno un età compresa tra zero e 90 anni circa, nei primi 18 non si vota per ovvi motivi, ma siamo certi che sia giusto far votare anche negli ultimi 18?
Comprendo che sembri una considerazione anti-democratica, ma in fondo ogni votazione decide il futuro, più o meno prossimo, ha senso far decidere il futuro a chi almeno in linea teorica potrebbe non viverlo?
Un’inquietante statistica sul sopraccitato referendum, mostra che gli anziani hanno deciso il futuro dei giovani, che avrebbero scelto altrimenti:

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Un altro grafico mette in relazione l’aspettativa di vita con la scelta effettuata.

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In particolar modo nel Regno Unito con un tasso di natalità di 12/1000 e tenuto conto che fino a 18 anni si è spettatori passivi, il voto degli anziani pesa molto di più.
Quindi estremizzando i valori dell’ultima tabella, tra 20 anni una gran parte dei votanti Brexit saranno morti e avranno lasciato la loro decisione sulle spalle dei più giovani per un altro mezzo secolo!

Un’altra considerazione strettamente legata a questo aspetto è la fruibilità dei mezzi di informazione.
I giovani, e non parlo dei nativi digitali, che al momento non votano, hanno un accesso alle informazioni più ampio e meno soggetto alla manipolazione.
In breve un ventenne è in grado di accedere alla rete, cercare fonti alternative e informarsi.
Un settantenne, salvo rare eccezioni, guarda il telegiornale in tv e compra il quotidiano.
Entrambi, in particolar modo quest’ultimo, sono spesso espressione di un’opinione e non di una cronaca.
Un altro aspetto da tenere in considerazione è la volontà di innovare, di evolvere e di comprendere i cambiamenti in atto.
Credo sia ovvio e banale dire che le persone più anziane siano conservatrici e che i giovani siano da sempre la forza di innovazione.
Ovviamente nel caso della Brexit il cambiamento non è da intendersi come innovativo ma come un ritorno al passato remoto.
Infine credo che il livello culturale delle persone sia cresciuto negli anni e che mediamente un settantenne sia meno preparato di un trentenne, meno consapevole della direzione del mondo e quindi meno adatto da mettere alla guida.

Non voglio, come detto, trarre conclusioni, ma tutte queste considerazioni mi fanno pensare che questo sistema di voto rallenti l’evoluzione di una nazione, facendolo inciampare nella nostalgia, nel comfort delle abitudini e nella serenità della staticità.

Veramente vogliamo un mondo dove il futuro di mia figlia sia deciso dal nonno?