Ieri sera ho finito di leggere il romanzo “Dieci minuti” di Chiara Gamberale.
Confidenziale è il termine che meglio descrive la sensazione provata durante la lettura.
Il romanzo racconta le giornate di una donna dopo la separazione dal marito, che è stato sempre presente prima di allora nella sua vita adulta.
L’invenzione narrativa che dà anche il titolo al romanzo, sono dieci minuti giornalieri che Chiara (l’omonima protagonista) deve dedicare a un’attività mai svolta prima e forse lontana dal suo gusto e dal suo modo di essere.
La strana coincidenza è stata che tanti dei dieci minuti narrati si sono svolti intorno a casa mia: il centro estetico, il cinese, il pescivendolo, la casa del ricamo (che non conoscevo ma che ho scoperto immediatamente quale fosse).
Questa cosa ha avuto l’effetto strano di tirarmi dentro nel racconto, trasformandolo in reale, come la telefonata di qualcuno.
Pagina dopo pagina, mi sono reso conto che la lettura è diventata una ricerca di conferme che tutta la storia fosse fiction, come se indissolubilmente la veridicità di luoghi corrispondesse a quella dei fatti.
Una strana corrispondenza biunivoca tra la presenza di un fioraio e il dolore narrato.
Ho provato il desiderio di distaccarmi dalla storia e viverla tiepidamente, intento a sottolinearne le frasi significative per farmele echeggiare in testa, ma senza che mi toccassero dove un libro non deve.
Sera dopo sera ho letto il libro sdraiato vicino a mia figlia che leggeva “La bambola che imparò ad amare”.
Abbiamo finito contemporaneamente. Lei mi ha guardato ed è scoppiata in lacrime, spiegandomi la scelta della bambola di avere un cuore e perdere l’immortalità per salvare la bambina ammalata di polmonite.
Lei a nove anni non ha potuto scegliere di lasciare lontano dal cuore la storia narrata, lei non conosce ancora la differenza tra le storie e la realtà, pensa che le prime sono semplicemente un racconto della seconda.
Abbracciandola mi sono chiesto come consolarla. Dirle che era “solo” un libro avrebbe forse compromesso l’emozione provata e creato un senso di tradimento, di presa in giro.
Ho scelto di lasciarle vivere il momento, sebbene commovente, esaltando l’importanza dell’amicizia e sminuendo la caducità del tempo.
Quando si è addormentata, io sono rimasto con il mio libro sul petto senza aver trovato una risposta alla mia di domanda.
Un interrogativo nuovo dal solito. Non mi sono soffermato a chiedermi se mi fosse piaciuto o meno, se consigliarlo o meno il giorno seguente, mi sono solo domandato se fosse una storia vera, come reali sono i luoghi in cui si è svolta.
E stamattina sono ancora qui a chiedermi questa cosa, con il dubbio profondo di come una risposta certa possa generare il giudizio sulla lettura.
Il sincero dispiacere provato nell’accompagnare la protagonista per le strade del quartiere alla ricerca di un nuovo equilibrio resisterebbe se sapessi che è solo una storia di fantasia?
Lo considererei anche io un tradimento, un atto sleale, avermi trascinato nella storia avviluppandomi addosso le strade del quartiere e utilizzando l’omonimia con la scrittrice per farla sembrare un’autobiografia?

PS: Ho scritto a Chiara Gamberale una lettera identica a questa e lei molto gentilmente mi ha risposto, con l’abilità di non fugare completamente il dubbio se fossi in presenza di fiction o autobiografia.