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In questi giorni di isolamento ci sono venuti a mancare molteplici aspetti della nostra vita quotidiana. Il più visibile è ovviamente la libertà di movimento, ma temo sia quello che, meno di tanti altri, abbia inciso sullo stato d’animo di tutti noi. Il virus ci ha separato in tante case diverse, creando dei nuclei talvolta instabili. Ci siamo trasformati in protoni disorientati dall’assenza del fuori: gli elettroni che ci tenevano in equilibrio dinamico. Quegli elettroni sono le persone care: parenti, amici, amanti; ma anche colleghi di lavoro, soci della stessa palestra, baristi, edicolanti…
I single si sono trovati realmente da soli e le famiglie altrettanto. Nuclei, più o meno complessi, hanno cercato un equilibrio di autosufficienza e soprattutto soddisfacente, per quanto possibile.
Purtroppo è apparso evidente sin da subito che questo equilibrio fosse molto precario per tutti e di difficile permanenza.
Le videochiamate e le telefonate sono entrate prepotentemente nella vita di tutti, mettendoci in contatto anche con persone che non sentivamo da tempo.
Ci siamo fatti compagnia con amici e conoscenti lontani, separati da uno schermo ma uniti da un destino comune.
D’improvviso gli elettroni si sono moltiplicati, nell’augurio che potessero avere la stessa carica: molti da lontano come pochi da vicino.
Il futuro ci dirà se rimarrà una traccia di questi rapporti nelle nostre vite.
Il futuro, in questa frase, credo sia il tema che più di ogni altro caratterizza il nostro presente.
Per la quasi totalità di noi, l’esperienza che stiamo vivendo ci sottopone a uno stato completamente nuovo: la mancata visione del domani.
Il virus ci ha tolto completamente la possibilità di immaginare e progettare, costringendoci a una vita giorno per giorno, in cui ogni impegno sia fine a se stesso e non costruzione di altro.
Siamo imprigionati in una “settimana lavorativa” in cui non si ha la certezza di sabati e domeniche e nemmeno della durabilità del lavoro stesso.
I mezzi di informazione, anche i più affidabili, hanno svolto una lavoro accurato nel minare ogni sicurezza.
Ci hanno proposto scienziati, giornalisti e politici che, talvolta con sicumera, hanno affermato teorie opposte.
Basti pensare alle famigerate mascherine, ai vari tipi e alla loro utilità.
Alla fine, tutto questo gran parlare è stato però un modesto corollario all’evidenza centrale: il virus ha creato una cortina di fumo tra noi e il futuro, impedendo ogni progetto, dall’acquisto di un vestito a una più ambiziosa vacanza, dalla visita a una persona cara alla certezza di una condizione lavorativa.
La conseguenza più ovvia è stato l’immobilismo, a quello pratico, indotto da decreti legislativi, si è unito quello psicologico.
Credo che in questa staticità, la paura abbia avuto vita facile, non solo per il rischio di venire infettati, ma anche per l’impossibilità di guardare avanti, perdendo parte del presente e rischiando di smarrirsi in una dolorosa nostalgia guardando indietro.
La speranza è quindi che questa nebbia, che ci impedisce la vista del domani, si diradi, almeno in parte e che, mentre accade, restino vivi i contatti maturati in questi giorni, perché la paura si sconfigge solo insieme, ritrovando la fiducia per il prossimo e perdendo la cultura del nemico che ha regnato negli ultimi anni.

*Il titolo è una citazione di una famosa canzone di Mina, che tanti di voi avranno riconosciuto.