“La Famiglia Beliér” è un film che si dovrebbe mostrare nei corsi pre-parto ai genitori, o inserirlo all’interno di un programma più vasto di apprendimento per genitori.
La locandina cita una recensione del Psychologie Magazine: “Un film che vi farà bene!”, concordo pienamente.
E’ il ritratto di una famiglia felice, autosufficiente (nonostante tutto, poi vi spiego), consapevole e totalmente spontanea.
Una famiglia composta da genitori e un figlio sordi e da una figlia senza handicap.
Il centro della narrazione è questa ragazza adolescente che lavora nella fattoria di famiglia, studia e soprattutto fa da interprete tra il mondo e i suoi cari.
La cosa che salta subito all’occhio è che gli handicap non sono assolutamente percepiti come tali da chi li ha.
L’assenza delle parole sembra sdoganare completamente la sincerità, la spontaneità, l’essere se stessi senza vergogna, paura e timori.
Nel film, molto divertente, aleggia un buon umore e uno spirito di squadra familiare che dovrebbe essere l’aspirazione di ogni genitore.
E anche se la crescita della ragazza rischia di spezzare questo sodalizio, la famiglia rimane unita verso l’obiettivo condiviso del bene per ognuno dei componenti.
Per spiegare la distanza che può separare i desideri di un adolescente dalle aspirazioni di un genitore, il regista ci spinge al limite: Paula scopre di avere il dono del canto, una dote che i genitori non potranno mai comprendere. Questo suo talento può spingerla lontano, può privare la famiglia dei suoi indispensabili aiuti. Chi parlerà telefonicamente con i fornitori, con i clienti, con la banca? Non vi racconterò altro, ma qui si consuma il conflitto di ogni famiglia, quando i figli crescono e i genitori combattono l’istinto di trattenerli a se con la necessità di lasciarli andare.
Qui ogni genitore dovrebbe mostrare di essere meritevole, dovrebbe lasciare da parte le sue aspirazioni mancate, i suoi desideri di stabilità, il suo egoismo di avere il controllo.
Nel momento in cui la porta si può aprire e una valigia può essere pronta, si dovrebbe avere la lucidità di spingere i propri figli verso il destino che desiderano, tenendo conto dei loro talenti, cercando di consigliarli e non di obbligarli verso un futuro forse più stabile ma meno felice.
Un genitore non sempre può capire, è l’esempio estremo che ci mostra il film: mentre Paula canta nel saggio di fine anno, la colonna sonora si interrompe, cadiamo nel silenzio del padre, che si guarda intorno e vede le emozioni delle persone vicine: lacrime, applausi, battimani per tenere il tempo.
La storia ci racconta anche la differenza tra i limiti e le mancanze, genitori normodotati che non si occupano dei figli e genitori handicappati che partecipano attivamente alla vita dei figli, senza tabù, senza segreti, con una condivisione profonda.
Questa è la magia del film: gli handicappati colgono il senso della vita, gli altri si perdono dietro ai dettagli, alle frasi di circostanza, ai sorrisi forzati.
Paula è il trait d’union tra le due forme di vita, traduce talvolta le parole dirette e spietate del padre in modo da renderle compatibili al resto del mondo, al tempo stesso sente dentro di sé il battito naturale della vita, l’unico possibile, quello che gli hanno trasmesso i familiari.
Bello, bellissimo. Divertente e molto toccante. Il racconto di un’aspirazione per ognuno di noi.

Cit. “Tu rifletti troppo, fa finta di essere stupida una volta!”