Rosso Istanbul, il nuovo film di Ferzan Özpetek, è una storia che non racconta la città del titolo ma attraverso di essa e in particolare attraverso il Bosforo, la fusione e la sostituzione dei due personaggi, così come lo stretto fonde il Mar Nero al Mare di Marmara.
La metropoli turca, in un racconto politicamente corretto, rimane un po’ ai margini e il film risulta anacronistico, visti i recenti fatti di cronaca legati al regime di Erdoğan.
Il film, come i precedenti dello stesso autore, è una narrazione di stati d’animo e di conflitti psicologici e personali. Non si snoda con una trama di eventi, ma ci accompagna a conoscere le storie di ognuno dei personaggi con lentezza e con lunghi primi piani e dialoghi.
Il racconto tiene vivo l’interesse dello spettatore, che comprende da subito la presenza di dettagli da svelare e li attende. Come in un thriller si viene chiamati a comprendere il passato, le sue conseguenze e la logica che lega il tutto, non per trovare l’assassino ma comunque per scovare un colpevole, che non è altro che la vita e i suoi ingranaggi umani.
Il protagonista principale è un editor letterario chiamato a supervisionare il lavoro autobiografico di un famoso regista, conoscendo lui stesso i protagonisti del racconto e comprendendo così che talvolta sono completamente diversi da come li ha letti. Il reale e il narrato si mescolano insieme, confondendosi, a tal punto che colui che è stato chiamato a riannodare le fila del racconto, ne diventa protagonista, sostituendosi all’autore e innescando al tempo stesso una rinascita per un passato doloroso.
Forse il regista si smarrisce in parte nel cercare un ruolo e tentare di approfondirlo per ogni personaggio, cadendo talvolta nel manierismo di dialoghi che suonano come aforismi.
Nel complesso un film da vedere, non tra i migliori del regista, ma comunque apprezzabile per tensione narrativa, attori e fotografia.

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