Senza ricordi non c’è presente.

Questo è il sottotitolo del libro “Perdersi” di Lisa Genova, portato al cinema come “Still Alice”, nel ruolo pluripremiato (Oscar, Golden Globe, etc.) della protagonista Julianne Moore.
L’Alzheimer entra tra le mura di una famiglia, colpisce il suo nucleo, ne sgretola le certezze e ne misura la coesione.
Il più grande rimpianto al termine della visione di un film così intenso è il non aver letto prima il libro, non perché dopo non si possa, ma perché alcune emozioni e sensazioni sono ormai compromesse da una visualizzazione e da un’interpretazione altrui.
Ho affrontato, anche se in modo diverso, il tema della malattia che ti ruba il senso della vita nel romanzo “Il suono della corda vuota”, per questo motivo ho voluto vedere il film, anche se in una serata solitaria, consapevole di andare incontro a emozioni forti e a una probabile notte di sogni bui.
Raccontare una malattia degenerativa come l’Alzheimer è complesso, si rischia di inciampare nel banale, confondendola con una raffica di semplici dimenticanze.
La scena forse più toccante del film è quella in cui Alice fatica ad allacciarsi le scarpe, un gesto semplice, scontato per ognuno di noi.
Il punto di partenza, prima di arrivare a questa scena, è lontanissimo per merito dell’autrice  che rende protagonista della storia una donna alla soglia dei cinquant’anni, fiera degli obiettivi raggiunti, un’insegnante alla Columbia University, un’affermata linguista.
Alice è una scienziata di successo, invitata a convegni in tutto il mondo, una studiosa del cervello umano, della sua capacità di comprendere e usare le parole.
Il suo declino inizia perdendo il filo del discorso a una conferenza, smarrendo una parola.
Ecco il punto di partenza: togliere una parola a chi ne conosce il valore, a chi è capace di comprendere la complessità del cervello, a chi può assistere con competenza al declino.
Solo così il cammino diviene più lungo, perché assume la connotazione di una battaglia, la strenua resistenza di una donna a tenere tutte le parole con sé.
Altro elemento importante è rendere protagonista una cinquantenne, nel pieno della sua realizzazione come donna, madre e studiosa.
La malattia colpisce genericamente persone anziane, che hanno già una vita quasi intera alle spalle, tutto ciò abbrevia anche il cammino della narrazione e lascia lo spettatore/lettore un po’ distante, meno immedesimato.
Terzo punto di forza è la famiglia, la malattia non colpisce solo una donna, ma esplode in una famiglia, dove sia il marito che i tre figli, devono mettere in discussione il loro presente e rivedere i loro piani in relazione alla perdita del nucleo pulsante: una madre tenace e determinata a cui tutti ruotavano intorno come elettroni.
E’ un racconto che si muove, quindi, anche per differenze, per mancanze, per variazioni. L’autrice ha il merito di amplificare queste differenze con i tre punti elencati, risultando evidente e struggente al tempo stesso.
E’ recente (nel momento in cui scrivo) la notizia di una saltatrice con l’asta di soli ventuno anni che, caduta al di fuori del tappeto, è rimasta paralizzata. Se lo stesso giorno, inciampando in casa, una donna sessantenne, avesse avuto lo stesso destino? Ecco il valore delle differenze e l’esaltazione della perdita.
Peraltro stamattina girovagando sul web in cerca di informazioni, ho scoperto che Il regista Richard Glatzer, affetto da sclerosi laterale amiotrofica, si è spento pochi mesi dopo la fine delle riprese e durante queste ultime ha comunicato con la troupe attraverso un ipad.
Un punto di contatto con la storia che ha diretto, infatti Alice rimane disperatamente attaccata alla realtà attraverso il suo cellulare, su cui appunta domande alle quali si sottopone quotidianamente. Anche questa, un’idea narrativa originale, non segna risposte che le serviranno ad andare avanti, ma segna domande che le faranno comprendere se abbia senso o meno proseguire.
Ovviamente, il tema dell’eutanasia aleggia sulla storia, impossibile non chiedersi se abbia senso vivere così, la protagonista farà lo stesso.