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E’ il tardo pomeriggio di un giorno di giugno. Su un rettangolo di prato verde ci sono giovani uomini che corrono. Poco lontano una sirenetta di bronzo continua a fissare il mare dopo oltre 100 anni. Siamo nello stadio di Copenaghen e si sta giocando una partita di calcio, quella che vede contrapposti i padroni di casa danesi ai cugini finlandesi. E’ il primo turno dei campionati europei di calcio.
All’altezza del centrocampo un cartellone ci ricorda che stiamo vedendo Euro 2020.
Guardo quel cartellone e penso che il mondo è in ritardo. Non sono io che sto vedendo in differita qualcosa accaduta l’anno prima. E’ il primo grande evento sportivo e ha indubbiamente un valore simbolico: vuole rimettere a posto i conti e recuperare il tempo e quanto con esso si sia perduto.
Anche il pubblico sugli spalti è un segnale di ritorno al passato dopo oltre un anno di stadi deserti.
Siamo quasi alla fine del primo tempo, uno dei calciatori corre, poi improvvisamente si accascia al suolo esanime e sullo stadio scende il silenzio. Il tempo per l’uomo a terra si ferma, la vita finisce, non è più importante che anno sia, non c’è un dopo e il prima è terminato.
Per tutti gli altri presenti la vita continua, per i compagni di squadra ha un solo scopo: riportare indietro dalla morte il compagno.
Il capitano corre a prestare i primi soccorsi, poi arrivano i medici, i compagni formano un anello umano e lo stadio senza parole non vede più cosa accade.
Gli uomini con la divisa biancorossa stretti tra loro, giovani e forti, piangono e si disperano perché hanno capito che non basta essere tali per fuggire a un destino avverso.
Poi d’improvviso la morte apre la braccia e lascia tornare indietro Christian.
L’anello umano si riapre, gli occhi del calciatore altrettanto. Il cuore batte nuovamente e con esso le mani di tutto lo stadio.
A quel punto una banale partita di calcio diventa un’imponente lezione di vita per milioni di persone che la stanno vedendo in tv.
C’è un pallone che rotola su un campo in ritardo di un anno, un uomo che gli corre dietro e che d’improvviso rinuncia e si ferma. C’è il Dio del tempo, Crono, che sembra voler tornare ad affermare il suo dominio. Ci sono degli uomini che lo sconfiggono o forse semplicemente lo convincono, che gli dicono che stanno solo riprendendosi tutto ciò che hanno perso nell’anno passato e che hanno capito il suo valore. Non lo pregano di stare fermo, come hanno sempre fatto fino a quel momento, lo pregano solo di fare in modo che il loro compagno torni a sentirlo trascorrere.
Sullo sfondo c’è scritto sempre 2020, ma siamo nel 2021 e insieme a quel cuore che torna a battere c’è la vita che torna a fluire nel mondo. Perché anche lì gli uomini sembrano aver vinto e forse compreso qualcosa in più.
Danimarca-Finlandia dovrebbe insegnare a ognuno di noi il valore del tempo ed è stato il degno epilogo di una lunga pandemia che dovrebbe aver fatto altrettanto.
Dopo un periodo di presente immobile, dovremmo guardare al passato ansiosi di correggerlo, prima che diventi uguale al futuro, solo così credo che questo lungo anno possa avere valore.
Eriksen dovrebbe aver detto a ognuno di noi di non mollare mai, di continuare sempre a credere di poter cambiare, di poter migliorare, di tornare alla “vita” anche laddove non ci sembri più possibile.
La squadra della Danimarca e i medici ci hanno spiegato che nessuno si salva da solo, nemmeno il più ricco o il più atletico degli uomini di questa terra.
Poco dopo che il giocatore è uscito dal campo in stato cosciente, la partita è ripresa e, sebbene non sia d’accordo sulla scelta, anche questa è una metafora della vita che va avanti comunque, senza la complicità di noi uomini, che siamo solo un pezzo di un meccanismo grande e imperscrutabile che siamo soliti chiamare mondo e credere sotto il nostro controllo.