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In questi giorni ho perso un amico. In realtà l’ho perso un giorno dopo l’altro negli ultimi due anni.
Quando la fine si è fatta prossima e il dialogo tra i suoi amici serrato, mi sono state inevitabili tante riflessioni sull’epoca in cui stiamo vivendo per i suoi effetti sul dolore per la morte di una persona cara.
Un paio di giorni prima che venisse a mancare è nato un gruppo Whatsapp, in cui sono stati raccolti, direttamente e indirettamente, tutti gli amici. In questo gruppo sono stati trasmessi tutti gli aggiornamenti sullo stato di salute, si è disquisito sull’opportunità di andarlo a trovare e su tante altre cose.
Soprattutto sono arrivate tantissime foto.
Prima e dopo che accadesse, il dolore si è tenuto vivo e rinnovato a ogni foto e a ogni notifica.
La reazione dei partecipanti è stata molto spesso condivisa, divenendo pubblica, nel suo essere apprezzabile o inopportuna.
La mattina del funerale, mentre mi apprestavo a partire con lo scooter da casa, un vicino mi ha detto: “sapessi quanti numeri di telefono sto cancellando dal cellulare”. Questa frase mi ha accompagnato mentre andavo in chiesa.
Poi in qualche modo sono arrivati alla mia attenzione i gruppi di Whatsapp che condividevo con il mio amico, il suo profilo di Facebook o di Instagram.
È rimasto, e resta tuttora, un’eco delle sue parole in tutto il mondo virtuale e, quando meno te lo aspetti, lo senti.
Non vorrei e non potrei dimenticarlo, infatti nella mia libreria ho messo, già da un po’, una foto che ci ritrae insieme, ma vorrei fare pace con il dolore e temo che sia meno semplice del passato, in cui c’era un solo mondo di condivisione, quello reale, che tiene ben distinto ciò che c’è da ciò che non c’è più.
Oggi invece chi non c’è più, in qualche modo resta, ma non solo nel ricordo delle persone, come è sempre stato, ma nella memoria di telefoni e computer, in una sorta di immortalità virtuale.
Delle persone restano parole, dialoghi, riflessioni, fotografie e momenti.
Tutto congelato nel tempo in cui è accaduto e fonte di nostalgia eterna, per la sua capacità di non ingiallirsi, di non perdersi, di non sparire, a prescindere che lo si voglia o meno.
Nel mio telefono resterà il mio amico più di quanto resterà nella mia memoria, perché quest’ultima è soggetta al deterioramento del tempo, mentre l’altra permarrà immutabile.
È un tema delicato, che non ho la competenza sociologica di affrontare, ma che mi ha indotto dei dubbi, facendomi chiedere cosa debba sopravvivere nel mondo virtuale a seguito dell’assenza in quello reale.
I profili di Facebook o Instagram forse dovrebbero scomparire con i loro protagonisti, perché il proprietario di tutto ciò che contengono non c’è più e quindi, in parte, la loro permanenza ne modifica la natura originale e la ragione per cui esistono.
Come detto, non ho risposte, ma quando digito una chiocciola all’interno di un gruppo in cui ancora c’è il mio amico e appare il suo nome, mi chiedo se abbia senso cancellarlo o meno.
Sono certo che non lo farò e che lui rimarrà lì dentro, in tutti i posti dove è sempre stato, anche oggi che ormai non è più nell’unico posto in cui sarebbe bello che fosse.
Mi permetto qualche parola per Roberto, che finora non ho mai nominato.
Non era speciale come tutti quelli che non ci sono più, lo era sul serio, per la capacità di creare comunità e un autentico super potere di volere bene alle persone, rendendole partecipanti di un qualcosa di cui lui riusciva sempre ad accendere il motore.





