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Nel mio palazzo abita un signore dalla veneranda età di 93 anni.
Si chiama Giovanni, ma tutti lo chiamano affettuosamente Giovannino.
È un pezzo di storia del Rione Monti perché ha sempre vissuto e lavorato qui.
Se i miei ricordi di bambino non mi ingannano, aveva un negozio di giocattoli e veniva identificato con l’appellativo di “Bambolaro”, perché ai suoi tempi, in fondo, i giocattoli erano sostanzialmente di due tipi: bambole o automobili e probabilmente lui vendeva molto più le prime, o forse le seconde si prestavano a malintesi professionali.
Mi capita di incontrarlo la mattina o il pomeriggio quando esce a fare le sue passeggiate.
Capita che lo veda dalla finestra ed è lì che accade l’incantesimo che mi ipnotizza e mi fa smarrire nei pensieri e nelle riflessioni.
Lo osservo camminare, lento, lentissimo, col suo bastone, i piedi non si allontanano mai molto l’uno dall’altro, la falcata è lunga all’incirca mezza scarpa. Una danza serrata e ritmata fa alzare piedi e bastone in rapida sequenza. Leggermente curvo su se stesso, sembra assicurarsi che tutto proceda senza intoppi.
È un moto perpetuo.
Fino a qualche anno fa la prima e l’ultima tappa erano sempre dal falegname che lavorava al lato del portone, ora che non c’è più, sono certo vada altrove a salutare volti del suo passato che tiene tenacemente nel presente con delle visite quotidiane.
Lo guardo senza riuscire a staccargli gli occhi di dosso: quell’incedere lento ma determinato mi sottomette e mi accende la miccia dei pensieri. Resto stupefatto dalla sua determinazione, che lo spinge al di là del limite della lentezza, è evidente che non è importante il quando se la destinazione merita migliaia di passi.
Però mi chiedo in fondo se sia la destinazione il motore o lo sia proprio il cammino e se la lentezza sia un problema o un vantaggio, una ragione per essere fuori di casa più tempo a respirare l’aria delle sue strade. Così tutti i valori abituali sembrano perdere di senso o almeno acquisirne un altro, in apparenza contrapposto, ma in realtà semplicemente diverso.
Prima di rientrare a casa si riposa seduto nella piazza ai piedi del palazzo, o forse semplicemente si ferma per guadagnare un po’ di tempo per stare ancora fuori.
Siede sul monolite di marmo con incisa la frase di Ovidio: “OMNIA MUTANTUR NIHIL INTERIT” (Tutto muta, nulla perisce). È tratta dalle “Metamorfosi” e per alcuni versi racconta anche l’anziano che, come il monolite, è in un divenire perpetuo, per la continuità della vita nelle sue trasformazioni.
Infine affronta la salita che lo riporta a casa, la immagino faticosa come il dover rientrare, perché uomini come Giovannino sono l’anima dei posti in cui vivono e si devono aggirare nelle strade per tramandarne il racconto. Su quel monolite, lui dovrebbe sedere al centro e avere ai due lati tanti ragazzi, a cui dovrebbe raccontare le sue storie, frammenti di passato da tenere vivi, solo così la vita degli umani diverrebbe perpetua come recita la frase scritta sul monolite. Invece quasi sempre siede solo o con qualcuno vicino, che, ricurvo sul telefonino, non si rende conto di ciò che gli accade intorno.
Quando il portone si chiude alle sue spalle, il silenzio al di sotto della finestra diventa più profondo, il presente rimane orfano del passato e la strada, il monolite, le auto e ogni singolo sanpietrino tornano a essere oggetti inanimati.





