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Nel Novecento molti studiosi hanno identificato nella reciprocità uno dei capisaldi dell’evoluzione sociale. Il moto innescato da questo continuo scambio tra persone, ma anche tra entità della società stessa, è un movimento dinamico che tiene in vita i rapporti umani e spinge alla crescita i singoli e la comunità.
La reciprocità non è solo una forma di scambio, ma anche e soprattutto una sorta di vincolo tra diritti e doveri, il che genera un doppio movimento verso l’esterno in direzioni opposte tra le parti.
Purtroppo la forma esemplificativa più classica è la “raccomandazione”, di cui è difficile vedere la valenza sociale laddove venga compiuta in modo doloso, mentre nella sua forma di suggerimento sano è di certo un’ottimo viatico per portare la persona giusta nel posto adatto.
Vivere rispettando le regole della reciprocità e applicandole, senza eccessiva rigidità, nei propri rapporti interpersonali, credo sia una buona strada per ridurre al minimo i conflitti e le delusioni.
Ovviamente ciò non è sempre percorribile a pieno, perché i legami interpersonali sono fatti di equilibri che prescindono da semplici dinamiche di causa ed effetto.
Per esempio un parente o un capufficio richiedono una mediazione diversa, in cui il buon senso e l’opportunità di fare o meno un’azione sono determinanti più della possibilità di ricevere in cambio qualcosa che sia di pari valore.
Eppure anche in questi due ultimi casi, se si innescasse correttamente il meccanismo equo tra le nostre azioni e le reazioni delle controparti, le attenzioni verso un parente verrebbero ricambiate con affetto e un compito ben eseguito verrebbe apprezzato e premiato in un contesto lavorativo.
Quindi, per concludere, laddove la reciprocità funzioni al meglio, i risultati sono vincenti per le parti in gioco e per il contesto di cui fanno parte. 
Proprio per questo motivo, la reciprocità dovrebbe essere un elemento fondante anche tra il cittadino e le istituzioni. Invece da entrambe le parti ci sono delle mancanze e in una reazione a catena, l’una giustifica l’altra.
Però le due parti in gioco hanno strumenti e possibilità differenti, quindi reagiscono alla mancanza altrui diversamente, creando uno squilibrio che non si può sanare e di conseguenza frustrazione e un senso di ingiustizia e di impotenza.
Un esempio tratto dall’attualità di questi giorni nel mio Rione credo spieghi quanto scritto.
In una strada, a seguito delle piogge copiose, si è aperta una buca di ingenti dimensioni che impedisce il transito ai veicoli, per questo motivo è stata ovviamente chiusa ed è stato modificato il senso di marcia di un’altra. Questa operazione ha causato incidenti e reso molto più complesso il traffico.
E’ accaduto da oltre tre settimane e nulla è cambiato: la buca è sempre lì, nessuno è intervenuto a ripararla.
Un signore lo stesso giorno ha parcheggiato l’auto in divieto di sosta in un’altra strada. La sera sono passati i vigili e lo hanno sanzionato. Il signore ha spostato l’auto e pagherà la multa.
E’ evidente che la reciprocità tra azione e reazione è prevista soltanto a favore delle istituzioni, il cittadino non ha mezzi per chiedere o addirittura sanzionare la controparte.
In realtà, però, la reciprocità si dovrebbe innescare nel primo passaggio, ovvero lo Stato dovrebbe essere solerte nel fornire i servizi e il cittadino dovrebbe rispettare le regole.
Questo scenario purtroppo non l’ho mai potuto vivere in prima persona, però, ascoltando alcuni racconti di amici che vivono all’estero, mi sono reso conto che verso uno Stato puntuale e affidabile si è ben disposti a pagare le tasse o a rispettare le regole affinché tutto continui a funzionare nel migliore dei modi, un po’ come non gettare una carta o una sigaretta a terra in una strada perfettamente pulita.
Purtroppo entrambe le parti possono delegare all’altra l’onere dell’avvio, restando in attesa e giustificando la loro mancanza come reazione a quella altrui, quindi la buca non viene riparata perché il cittadino non paga le tasse e queste ultime non vengono saldate perché tanto le voragini stradali non vengono riempite.
Così si resta nel fosso, immobili e, forse, comodi con un alibi che giustifichi ognuno per le proprie mancanze.
Senza reciprocità non c’è movimento e senza quest’ultimo non c’è evoluzione.