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E’ un’estate di sole che scotta, quello che i bambini disegnano giallo e tondo al centro di un cielo azzurro. Il giallo dell’oro e l’azzurro delle uniformi degli atleti, che in questi giorni ci stanno regalando un entusiasmo di cui, mai come oggi, abbiamo bisogno.
Lo sport in Italia si è preso l’onere di spostare l’attenzione di una nazione intera dalla durissima battaglia che è ancora in pieno svolgimento.
Prima è stato il tempo dei Campionati Europei di Calcio, poi sono arrivate le Olimpiadi, entrambi forieri di vittorie difficilmente pronosticabili.
Nelle urla entusiaste e negli sguardi degli italiani si scorge inequivocabilmente il bisogno di credere che, dopo tanta fatica e sofferenza, si vinca.
Gli atleti spiegano ai microfoni tutto ciò e sembrano sovvertire le regole di una nazione in cui il sotterfugio, la scorciatoia o la raccomandazione sono sempre sembrati la via maestra.
Davanti alle telecamere arriva Gianmarco Tamberi, che poco prima di partire per le Olimpiadi cinque anni fa si infortunò alla caviglia sinistra e dovette rinunciare.
Racconta a tutti che non ci si può fermare, che si deve andare oltre la delusione, la paura e la sfortuna.
Mostra la medaglia d’oro ma anche il gesso che gli fasciava la gamba cinque anni prima.
Al telecronista dice che ha lavorato, faticato e sudato e solo grazie a tutto ciò è arrivato a vincere e a coronare i suoi sogni.
Perché quelle degli atleti sono storie di sogni, quelli che fai di notte per completare il racconto di ciò che hai fatto di giorno.
Tutti i politici nazionali che, al contrario degli atleti, di notte non sognano e, cosa ancora peggiore, non hanno incubi, si affrettano a pubblicare sui social le immagini delle vittorie e a scrivere didascalie da asservire alla loro carriera fatta per l’appunto di sotterfugi, scorciatoie e raccomandazioni.
Se la pelle dell’atleta si fa scura, il messaggio di alcuni si modella di conseguenza e si torna a parlare di Ius Soli, razza, nazionalità, cittadinanza e altri concetti che si faticano a comprendere mentre la tv è accesa e se ne vedono di tutti i colori, a guardare la pelle degli atleti, con svedesi neri e biondi sudafricani.
Tutto ciò confonde le menti chiuse, che hanno necessità di catalogare per poter comprendere, quindi hanno bisogno di definire il sesso, il colore della pelle, l’orientamento religioso, quello politico e via così, in una serie di celle di un foglio excel che alla fine gli porti un risultato.
Capita anche che se la pelle dell’atleta italiano è scura, da una trasmissione televisiva chiamino a casa per parlare con la madre e questa si scusi e tagli corto perché sta lavorando come badante per un’anziana signora italiana.
La magia delle Olimpiadi forse è proprio questa: cittadini del mondo che gareggiano per se stessi e per una nazione, persone normali che lo fanno per inseguire i propri sogni, senza prospettive economiche e senza farsi fermare dalle sconfitte e dagli infortuni.
Per questo ogni medaglia e ogni vittoria assume un valore simbolico molto grande nel periodo che stiamo vivendo, è la promessa di un domani che potrà essere vincente anche se oggi non ne vediamo nessun segno premonitore.
In fondo questo riesce a fare ogni atleta: si allena senza garanzie di arrivare a destinazione, senza la certezza di raggiungere l’obiettivo, talvolta senza riuscire a vincere mai, ma senza smettere di provarci, anche solo per battere la sua prestazione del giorno precedente.
Alle Olimpiadi succede anche che un metalmeccanico italiano, di origine marocchine, all’età di 39 anni corra la maratona, contento di avere quest’opportunità, determinato a fare il massimo e provare ad arrivare tra i primi dieci, ma soprattutto sereno di riavere il suo posto in fabbrica a ritorno da Tokyo, qualsiasi sarà il risultato della gara.